Home Politica “Per un PD di popolo, democratico, ambientalista e che non dimentichi gli ultimi” – di Antonio Rubino

“Per un PD di popolo, democratico, ambientalista e che non dimentichi gli ultimi” – di Antonio Rubino

da Cosimo Saracino
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Riceviamo e pubblichiamo l’intervento del mesagnese Antonio Rubino fatto durante la visita a Mesagne di Elly Schlein, pensiamo possa essere di aiuto a quanti parteciperanno alla scelta del nuovo segretario nazionale del Partito Democratico.

Inizio presentandomi: per chi non mi conoscesse, sono un mesagnese residente all’estero, ho 39 anni, di mestiere, da quando di anni ne avevo 32, faccio il responsabile del personale. Sono uno specialista del lavoro e della formazione per adulti. Ho in tasca tre lauree, una in Science Politiche con specializzazione in Studi Europei, una in Risorse Umane ed Organizzazione ed una in Management Internazionale.
Ho vissuto e lavorato in Francia, Sudafrica, Svezia, Danimarca e Lussemburgo, città dalla quale sono collegato oggi, mia moglie è sudafricana (Zulu) ed è fra l’Europa e l’Africa che ho trascorso gli ultimi nove anni della mia vita.

Cara Elly, bentornata a Mesagne,
Sul tema della casa comune si è sviluppato gran parte del nostro dialogo negli ultimi due anni, ci siamo interrogati sul senso della casa, sul bisogno che avevamo di un luogo dove portare avanti le nostre battaglie comuni. Ci chiedevamo se dovessimo costruirne una nuova, grande, accogliente e luminosa o se saremmo dovuti tornare a quella che avevamo contribuito a creare, ristrutturandola dalle fondamenta. La scelta, se siamo qui oggi, è stata questa ed è da qui che si riparte…Si riparte da noi e dal contributo che possiamo portare, da fili spezzati che vanno riannodati o sostituiti da nuovi e più forti.

Stasera sei arrivata nella provincia di Brindisi. Per i dati del Sole24 dello scorso anno è la novantaduesima sulle 107 province italiane. Province che non sono state abolite, perché sono una realtà molto più radicata di quella delle regioni, ma per le quali non abbiamo più il diritto di votare i nostri rappresentanti. È questo un primo punto su cui spero ci si possa confrontare.
La popolazione del brindisino in vent’anni, dal 2001 ad oggi, è scesa da 401.000 a poco più che 380.000. Come me più del 10% delle persone nate e cresciute in questa provincia sono iscritte all’anagrafe degli italiani residenti all’estero, non si contano quelli che sono andati a vivere in altre regioni di Italia.
Sono oltre 5 milioni gli italiani che come me dal 2006 ad oggi hanno lasciato per motivi economici il paese, ci chiamano espatriati perché abbiamo studiato, ma siamo emigranti. Apparteniamo all’esercito di uomini e donne che nei secoli sono partiti sperando di tornare a casa e sapendo che forse non lo avrebbero mai fatto.
Siamo gli anticorpi contro chi pensa che il mondo debba essere un sistema chiuso. Siamo quelli che hanno dovuto a masticare almeno una lingua in più oltre alla propria, siamo gli ambasciatori del Belpaese, quelli di cui molto, troppo spesso, ci si dimentica.
Da emigrante vorrei una nazione che mi concedesse il diritto ad immaginare un ritorno senza dover diventare un disoccupato, senza dover rinunciare ai miei sogni; vorrei che la mia unica alternativa non fosse quella di darmi al commercio o alla ristorazione.

Questo sistema, il mondo in cui viviamo, è quello regalatoci dalla fine delle ideologie. La speranza che avevano Di Vittorio ed i nostri nonni del sol dell’avvenire, per cui tutti avrebbero avuto in base alle proprie necessità ed avrebbero contribuito secondo le proprie capacità e possibilità, pare non aver diritto di tribuna e di cittadinanza.
Siamo nel mondo della globalizzazione di mercati e capitali, quella globalizzazione che esclude gli ultimi, quella per cui abbiamo combattuto a Genova nel 2001; una globalizzazione che nega l’accesso dei poveri e di chi ha meno ai beni ed ai servizi primari. È il mondo delle iniquità in cui solo l’1% detiene più della metà della ricchezza, il mondo della junk e cheap economy che hanno mortificato ed impoverito il lavoro e in cui qualità ed etica del lavoro paiono essere solo l’eccezione alla regola.
Noi abbiamo imparato sulla nostra pelle cosa voglia dire “sfangare” la giornata, abbiamo imparato a tirar fuori il meglio dal “tirare a campare”. Abbiamo infatti vissuto campando a cottimo, a progetto, a collaborazione, in sostituzione, in stage retribuito se andava bene, altrimenti a titolo gratuito. Ci hanno detto che dovevamo chinare il capo e stare zitti. Noi però abbiamo cambiato strada ed in mille modi diversi abbiamo provato a farci strada.
Abbiamo costruito imprese e fatto rete, abbiamo studiato e inventato modi diversi di fare economia.

Abbiamo bisogno di un partito che non ha paura di attaccare lo status quo, un partito consapevole di un mondo in cui gestiamo la nostra vita supportati da miglia di app, in cui esistono le crypto-valute, in cui esiste l’e-commerce, l’home delivery, Wikipedia, Uber, e l’economia dello sharing e della fruizione.
Abbiamo bisogno di una casa in cui si può dire che il sistema economico attuale va riformato seriamente e che no, non possiamo lasciare alle sole multinazionali ed alla finanza il compito di cambiare le cose. Né si può accettare che gli Stati appaltino alle società di consulenza il futuro dell’umanità solo perché le migliori intelligenze lavorano là e non vogliono essere al servizio di partiti personalistici e corrotti.
Dobbiamo creare un partito in cui le menti migliori vogliano essere presenti e confrontarsi fra loro. Che mondo è quello in cui a difendere i poveri sono rimasti i più ricchi terrorizzati dal collasso della società?

Possiamo fare una battaglia per la settimana di 4 giorni a parità salariale? Non è una politica da comunisti, è quello che iniziano a fare le aziende più grandi al mondo. Il motto lavorare tutti e lavorare meno è una battaglia che il partito potrebbe portare avanti nel 2023? Possiamo dirci che è vergognoso togliere un sussidio alla povertà solo perché lo Stato che lo eroga non è in grado di includere gli ultimi, i fragili nel proprio sistema? Possiamo introdurre un semplice articolo sulla legge del reddito di cittadinanza che obbliga lo Stato ad inserire i percettori in processi di formazione o di lavori socialmente utili?

Ho vissuto da vicino e da partecipante i travagli di un partito, il PD, che come sappiamo tutti non è nato facendo sintesi di chi eravamo e dove volessimo andare, ma dalla spartizione dei posti.
In molti abbiamo deciso di non esser più né rappresentanti né rappresentati e questa assenza nella nostra partecipazione ha contribuito al venire avanti “dell’uno vale uno o dell’uno vale l’altro”.
Se siamo arrivati al punto in cui Giorgia Meloni è diventata il capo del governo, dobbiamo riconoscere la nostra colpa per non essere stati in grado di fare squadra, di accoglierci a vicenda, di proteggerci, di supportarci collettivamente, senza atomizzarci.
Abbiamo bisogno di un partito che non partecipi alla distrazione delle masse ma che educhi e spieghi, che cerchi soluzioni e non che fugga dai problemi.
Dobbiamo fare meglio. Possiamo fare meglio e non abbiamo più troppe scuse.
È arrivato il momento di chi non c’è ancora stato. Il momento di quelli che si sono chiamati fuori e che con la loro assenza hanno svuotato i contenitori che sono diventati scatole vuote.
Al Partito però chiediamo di ripristinare l’agibilità politica, di fare spazio, aprire porte e finestre.

 

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