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«Misciano a lo tiempo ca teneva a mare» – di Cosimo Pasimeni

(di Cosimo Pasimeni) – In fondo a pagina 19 dell’ultimo numero di BuoneNuove è riprodotto un disegno che raffigura una piantina con la seguente didascalia: «Misciano a lo tiempo ca teneva a mare» e che si trova conservato nell’Archivio Capitolare. Molti anni fa ho avuto l’opportunità di visionare l’originale insieme a Don Saverio quando era Arciprete Don Daniele Cavaliere e, se non ricordo male, quel disegno era stato trovato sulla parte interna di un foglio che avvolgeva la copertina di un libro. Su di esso è riportato l’agro di Mesagne con i confini del territorio che abbracciava anche un tratto di costa, dove era segnato il porto di Guaceto. Da notare che nelle vicinanze della torre sono disegnati alcuni velieri a dimostrazione che quello era un porto attivo.
Poiché quel disegno mi ha sempre interessato ho cercato notizie sul WEB trovandone alcune interessanti sul Porto di Torre Guaceto e contemporaneamente sul Porto di Brindisi che vi riporto, ma, non essendo uno storico che ha consultato documenti originali, ma solo quanto c’è in rete, consiglio di valutarle con cautela anche perché alcune date trovate non sono congruenti tra loro. Quella insenatura di Torre Guaceto da sempre, dalla preistoria, è stata utilizzata come porticciolo a servizio dell’entroterra. Ebbe particolare importanza all’epoca dei Messapi e particolarmente dei Romani, e i reperti archeologici trovati lo confermano, fino alla caduta dell’impero quando perse la sua importanza per poi riacquistarla con i Saraceni che utilizzarono il porticciolo sia per il commercio che per le scorrerie. E per contrastare gli sbarchi dei saraceni Carlo d’Angiò (1266-1285) costruì una torre e fortificò anche l’intero territorio.
Nella Messapografia (1630) di Epifanio Ferdinando vi è un documento con il quale l’Universitas di Mesagne chiede a Ferdinando d’Aragona, re di Sicilia, quanto segue: «Item pete et dimanda la ditta Università alla Maestà preditta che si degne concedere alla ditta Università che lo porto de Guayto sia del tenimento e destritto di Misciagne: e che de là non si possa extraher altro vino di quello che nasce in Misciagne, così como si è usato per lo passato». Nel 1343 la domanda fu accolta e la Regina Giovanna I d’Angiò (regina di Napoli dal 1343 al 1381) concesse l’utilizzazione dello scalo ai mercanti di Mesagne. Qualche anno dopo, nel 1362, il Principe di Taranto Roberto d’Angiò fece in modo che del porto di Guaceto, che in quell’epoca rivestiva un ruolo importante nel commercio, potesse usufruirne la sola città di Mesagne. Mesagne ebbe in proprietà la rada di Torre Guaceto dal 1362 al 1650.
Solo ai mesagnesi era concesso il diritto di riscuotere le tasse da chi esportava o importava merce utilizzando quel porto come scalo. Addirittura ai brindisini ed ai carovignesi, inoltre, non era perfino concessa la possibilità di poter smerciare olio, vino ed altri prodotti attraverso lo scalo di Porto Guaceto. Negli anni successivi attraverso questo scalo sbarcarono milizie nemiche per attaccare l’Alto Salento. Nel 1531 Ferdinando d’Aragona volle che la rada, ad evitare un suo utilizzo da parte dei turchi, fosse guardata da una torre, e nel 1563, il governo aragonese, decise di rinforzare il numero di torri di avvistamento che difendevano le coste a sud dell’Adriatico, fra cui anche Torre Guaceto.
I motivi per cui questa torre ora fa parte del territorio di Carovigno e non di Mesagne come lo era nel medioevo, risale ad una serie di controversie giudiziarie, fra Brindisi, Carovigno e San Vito degli Schiavoni (oggi “San Vito dei Normanni”). Infatti nel 1718: queste tre città rivendicarono il possesso del porto ai danni della dominatrice Mesagne. La controversia fu dibattuta di fronte alla Regia Curia e vide vincitori i Carovignesi, i quali riuscirono a dimostrare, tramite antichi documenti, che la costa carovignese si estendeva da Lamaforca (a nord di Santa Sabina) fino a Guaceto, che risultò essere per metà carovignese (la parte nord) e per metà brindisina (la parte sud).
mde

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