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Mesagne protagonista del romanzo “Resta quel che resta” di Katia Tenti – LEGGI INTERVISTA

da Cosimo Saracino
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Bolzano e Mesagne legati dalla penna di Katia Tenti nel suo nuovo romanzo “Resta quel che resta”. Si tratta di  “un affresco corale di una terra di confine che accoglie storie di vita differenti”. Una bella scoperta quella della Mesagne protagonista del romanzo che inorgoglisce noi mesagnesi in un momento storico in cui siamo diventati finalisti nella competizione per la Capitale italiana della Cultura 2024. La nostra città è la location in cui sono ambientate le vicende della famiglia Ranieri, una delle storie principali del testo di Katia Tenti che diventa esempio dell’esperienza vissuta nel dopoguerra da tante famiglie del Sud Italia. La voglia di conoscere maggiori particolari rispetto al rapporto tra Mesagne e Katia Tenti, capire nel dettaglio le dinamiche del romanzo pubblicato per i tipi della Piemme, ci ha spinto a contattare l’autrice e a imbastire con lei un dialogo a distanza davvero interessante che potrà tramutarsi in un incontro estivo in una delle piazze più belle della nostra città. 

Chi è Katia Tenti? Sono nata a Bolzano ma fin da piccolissima, ancora in fasce, trascorrevo lunghissimi periodi a Mesagne perché mia madre, Anna, è originaria del paese dove ancora oggi vivono i nostri famigliari. Ho frequentato le scuole nella mia città natale, ma alla fine di ogni anno scolastico tornavo al paese dove trascorrevo tutta l’estate a casa dei miei zii. Quelli per me erano i mesi più felici dell’anno: svernavo in città pensando al momento in cui avrei rimesso piede al paese dove potevo camminare scalza, andare al mare, mangiare la pasta fatta in casa di mia nonna e scorrazzare per le campagne nelle ore più calde della giornata quando gli adulti “si scia curcaunu alla forora”. Un vero spasso! Con il passare degli anni, per l’università prima – mi sono laureata a Trento – e il lavoro poi, i periodi si sono ristretti alle classiche due settimane di vacanza, ma Mesagne e la Puglia mi sono sempre rimasti nel cuore anche perché una parte dei nostri familiari ancora vivono lì. Quando sono nati i miei figli, ho scelto di trascorrere le vacanze sempre nella zona, in modo da far conoscere anche a loro l’origine della nonna, i loro parenti, il posto dove da bambina mi sentivo a casa. Volevo che imparassero a non avere pregiudizi di nessun genere, ad apprezzare la bellezza del posto, la cultura diversa, i valori, il calore umano e l’approccio alla vita in generale che è molto diverso da quello a cui siamo abituati noi, quassù al nord.

Io oggi mi considero una persona fortunata perché ho potuto vivere tra la cultura dell’estremo nord e dell’estremo sud e assorbire il meglio da entrambe: e trovo che sia una bellissima combinazione! Forse anche per questo da sempre mi occupo di cultura e arte, completando il tutto con la scrittura che ha aiutato a percorrere esperienze di vita complete.

Quali libri hai scritto? Ho pubblicato due gialli con la casa editrice Marsilio: “ovunque tu vada” nel 2014 e “nessuno muore in sogno” nel 2017. Si tratta di romanzi che prendono spunto da fatti di cronaca realmente accaduti nella mia provincia. Ora ho pubblicato il mio terzo romanzo, Resta quel resta con la casa editrice Piemme, un genere diverso: si tratta di una saga famigliare a sfondo storico.

Come nasce il romanzo “Resta quel che resta”? Resta quel che resta nasce dal desiderio di raccontare una terra di confine dove tante famiglie sono immigrate, invogliate dalla propaganda fascista, per sfuggire alla guerra e ai problemi che il dopoguerra ha portato inevitabilmente con sè. Famiglie che erano rimaste senza niente, affamate e senza un tetto. E qui venivano in cerca di casa e lavoro. Non sempre lo hanno trovato, non subito almeno, hanno dovuto faticare, sudare, fare sacrifici enormi, compromessi spesso difficili. Non erano ben accetti dalla popolazione locale, spesso ostracizzati dai loro stessi connazionali. La mia ambizione è di riuscire a trasmettere, da un altro punto di osservazione, lo stesso doloroso sentimento che i sudtirolesi di lingua tedesca hanno subito sotto il fascismo. Quelle che parlano nel mio romanzo sono voci immaginarie, eppure reali. È anche un po’ la mia storia. Una parte della mia famiglia è immigrata qui durante il fascismo. Mio padre è nato a Bolzano ma è rimasto toscano nel temperamento; mia madre è pugliese, di Mesagne, e si è trasferita qui insieme ad uno dei suoi fratelli sempre in cerca di lavoro e stabilità dopo la guerra.

“State bene lassù” mi sento dire. È vero, i masi sono diventati hotel di lusso, le campagne valgono oro. Ma non per tutti. Pochi sanno che le scuole sono ancora oggi separate per gruppo linguistico e che per accedere all’impego pubblico vige un rigido sistema di proporzionale etnica. E ancora meno sanno dove si trova Sciangai, il quartiere degli immigrati italiani disperso, insieme alla memoria, per rimuovere le tracce del passato fascista. Colpe ed errori si sono amplificati a vicenda sulla strada di una complicata convivenza.

Tutto ciò non è dipeso né da noi, né dalla mia famiglia, ma è stato frutto di un accordo geo-politico che ha visto ridisegnare i confini dell’Italia a sfavore del Tirolo del Sud.

Resta quel che resta è nato da tutto questo: dal tentativo di dipanare questa complessità. Volevo raccontare la vita delle persone in questo contesto così ambiguo. Volevo raccontare il desiderio di rivalsa tedesco durante il fascismo, e anche degli italiani nati qui ma costretti a espiare peccati commessi prima da altri. E volevo farlo, non con un libro di storia, ma attraverso il punto di vista di altri esseri umani, e dunque attraverso le motivazioni, le sofferenze, i pregiudizi. Senza nascondere le azioni più meschine e i compromessi necessari.

Per questo volevo che questo libro raccontasse molte storie: volevo l’affresco corale di una terra di confine, di un microcosmo chiuso e autosufficiente che riassume in sé la crudeltà, la follia e la bellezza dell’essere umano e delle sue lotte. Nella mia mente, questo romanzo è una danza dolorosa di azioni e reazioni, una spirale di sofferenza resa ineluttabile dalla forza del sangue – della famiglia, della terra e della patria – che vincola singoli e famiglie alla vendetta e alla rivalsa.

L’ho scritto per capire, per rispondere al turista superficiale e anche per un terzo motivo: per raccontare ai miei figli, europei e integrati, ciò che non hanno vissuto ma che è giusto che sappiano, perché è nella loro eredità.

Quali storie sono raccontate nel romanzo? Senza fare spoiler, posso dire che si parla di cinque famiglie; due tedesche, quelle dei Gasser e degli Egger e tre italiane: i Ceccarini, toscani riottosi, i Marchetti, veneti senza scrupoli e i Ranieri, pugliesi delusi dalle riforme agrarie fallite del dopoguerra. I loro destini si intrecciano, nel bene e nel male e le vicende che sono costretti, loro malgrado, a dover affrontare, a volte li vede complici a volte su fronti opposti, ma alla fine il loro è un cammino di pace e speranza.

Che spazio hai riservato a Mesagne in questo lavoro? Mesagne ha uno spazio importante per varie ragioni. La prima, come dicevo, è che una delle famiglie che nell’equilibrio del racconto giocherà un ruolo determinante per il dipanarsi delle vicende è la famiglia Ranieri di Mesagne. Ho creato un piccolo spaccato della vita nel paese prima e dopo la seconda guerra mondiale: anni in cui c’erano i latifondisti e l’illusione di chi coltivava i terreni di questi proprietari di poter diventare, un giorno, proprietari a loro volta anche grazie all’ambita riforma agraria mai attuata ai tempi. Riforma attuata in seguito solo in parte e spesso in modo poco equo. Di conseguenza, ho affrontato il grande tema di tante famiglie del sud Italia che a quell’epoca erano costrette ad emigrare in cerca di lavoro per il sostentamento della famiglia ma che con il cuore sono sempre rimaste legate alla terra d’origine e dunque di persone che in questo emigrare hanno sofferto molto.

Che posto occupa Mesagne nella tua vita? E Bolzano? “Misciagni mi lu portu n’tra lu cori”! Come ho detto nella premessa, Mesagne è il paese di mia madre nel quale io ho vissuto lunghissimi periodi della mia infanzia e per questa ragione lo porto nel cuore non solo dal punto di vista logistico, ma come luogo che mi ha allevato e ha fatto di me la persona che sono oggi anche con i valori e le tradizioni della gente del Sud. Bolzano è la mia città di nascita, dove vivo e lavoro e dove ho creato la mia famiglia.

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