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Mesagne Bene Comune: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”

da Cosimo Saracino
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“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene” tuonava il giudice Borsellino. Perché se c’è una condizione ottimale per permettere alle organizzazioni mafiose di alimentare le loro azioni questa è il silenzio.
C’è una narrazione fuorviante e pericolosa nella nostra città, quella che inizia con c’era una volta e ora non c’è più e così accade puntualmente che i giornali locali che portano il nome della città non informano la comunità su quello che è accaduto e continua ad accadere.

Non una parola sulle condanne per più di 80 anni per la vicenda delle elezioni regionali, non una parola sulla notizia di qualche giorno fa riguardante nuovi arresti per traffico internazionale di stupefacenti, indagini che vedono in entrambi i casi tra gli imputati dei nostri concittadini.

Continuiamo a raccontarci che siamo una città risorta, una sorta di cattedrale del deserto considerate le città limitrofe commissariate per infiltrazioni mafiose.

Non c’è da star tranquilli e continuare a raccontarci favole, e basterebbe citare l’operazione Old Generation per capire il perché: la SCU continua ad operare e le estorsioni sono, oltre al traffico di stupefacenti, la principale fonte di approvvigionamento.

Una città che sta vedendo nascere nuove attività economiche deve tenere gli occhi ben aperti, per evitare che siano oggetto di ricatto o di riciclo.

Come non vedere il nesso tra i grandi traffici internazionali di droga con i continui ritrovamenti di ingenti quantitativi nelle nostre campagne, pronti a raggiungere piazze più piccole di spaccio fino ad arrivare ai consumatori più giovani e adescabili? Una comunità libera dalla mafia è una comunità che ne parla apertamente senza il timore di dare una brutta immagine di sé.

Mesagne Bene Comune chiede che se ne parli, che si organizzino iniziative in cui si parli di mafia e non solo con argomenti coniugati al passato. Come la pandemia ci ha duramente insegnato, bisogna riconoscere il virus quando è in circolo in modo da sviluppare adeguate difese immunitarie.
Lo dobbiamo alle giovani generazioni che non hanno vissuto gli episodi eclatanti di 30 anni fa e potrebbero non avere gli strumenti per identificare e difendersi da un virus che forse ha cambiato solo forma.

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