LA DEMOCRAZIA DEL VOTO – di Pompeo Molfetta

La democrazia non è un sistema perfetto ma è il migliore che abbiamo e pertanto va custodita e protetta. Uno dei suoi capisaldi è rappresentato dal voto che resta forse uno dei pochi strumenti con sui si applicano i principi costituzionali di libertà e uguaglianza.
I voti si contano e non si pesano. Il voto di un raffinato e colto intellettuale vale quanto quello di un operaio o di un disoccupato non scolarizzato. Nessuno può biasimare chi vota sperando di avere una risposta ai propri bisogni, alle proprie aspirazioni, ad una vita migliore ; così come nessuno può discriminare chi sceglie in funzione di un ideale, di riferimenti valoriali o di un convincimento morale. Quali che siano le ragioni che inducono ciascuno ad una determinata scelta, uno vale uno e nessuno può eccepire. Il voto dunque, comunque espresso, è sacro e va rispettato.
Naturalmente questo principio presuppone che il voto sia libero e consapevole ma non sempre è così. Non sempre il voto premia il progetto politico, il merito dei candidati o le aspettative degli elettori a volte viene utilizzato come moneta di scambio o viene letteralmente carpito con metodi molto fantasiosi . (Pare che Achille Lauro nella sua corsa a sindaco di Napoli, usasse regalare ai suoi presunti elettori una scarpa promettendo di dare l’altra a scrutinio concluso. Non fu eletto e molti napoletani rimasero con le scarpe spaiate. ).
Non sempre il consenso premia gli interessi generali del paese o la bontà delle cose realizzate. (Don Vito Ciancimino, referente politico di Cosa Nostra, riceveva vagonate di preferenze proprio mentre realizzava quello scempio urbanistico e ambientale noto come il “sacco di Palermo”. Anche lui, a suo modo, serviva gli “interessi” generali del paese . Insomma, non sempre chi vince ha ragione, la storia è talmente piena di tragici esempi che è offensivo anche solo cercare di ricordarli.
Tuttavia al netto di queste derive, espressioni della assoluta varietà delle debolezze umane, il voto resta ancora l’elemento cardinale su cui fondano tutti i sistemi democratici, pertanto, come il verdetto di una corte, si accetta e non si discute e non perché non sia discutibile ma perché inficiarne il ruolo significa mettere a rischio la democrazia.
Ma la democrazia non si esaurisce con la sola espressione del voto ma presuppone anche la partecipazione del cittadino alla vita pubblica. Nel nostro ordinamento si partecipa soprattutto attraverso l’adesione ed il sostegno alle strutture intermedie della rappresentanza cioè ai partiti, sindacati, ai movimenti di base o qualsiasi altra forma di associazionismo. Strutture fondamentali affinchè il popolo si esprima attraverso il filtro della conoscenza e del confronto. Purtroppo assistiamo ad un impoverimento e ad una progressiva delegittimazione di questi strumenti che sono stati via via sostituiti da forme più rarefatte e deresponsabilizzate di partecipazione.
Una di queste è la massiccia invasione nella vita pubblica e privata della rete. Una sorta di miasma collettivo senza filtri dove trionfa l’individualismo qualunquista, dove la realtà viene eccessivamente semplificata o trasfigurata e dove si coltiva l’illusoria chimera della democrazia diretta.
In questo sistema chi ha più fervide capacità di tirare le fila della rete riesce a catturare più pesci, chi ha più pronte capacità di adattare il suo linguaggio e il suo progetto politico agli umori più viscerali del popolo vince e detta legge e chi detta legge viene sempre amato fino all’idolatria o denigrato fino all’infamia.
Questi sviluppi, secondo me, sono il segno più tangibile di un più grande fallimento sociale- antropologico e culturale che anticipa la decadenza di un mondo che ormai è diventato vecchio e malato.
Le pulsioni contrapposte di esercitare la democrazia diretta della rete o di affidarsi completamente anima e corpo al capo popolo di turno produrranno inevitabilmente una involuzione antidemocratica il cui esito non promette nulla di buono.
La vicenda elettorale della nostra città si iscrive perfettamente nel quadro di riferimento descritto. Gli elementi caratterizzanti l’intera campagna elettorale, dal mio punto di vista, sono stati infatti l’irruzione prepotente della rete che ha avvelenato i pozzi e soffocato il ragionamento politicoa e l’ossessione dell’uomo solo al comando da alcuni idolatrato da altri demonizzato.
La città è rimasta sullo sfondo verniciata da programmi farlocchi che l’hanno resa tanto brillante quanto irreale, i partiti sono rimasti sull’uscio lasciando ampio spazio alla libera espressione di un civismo acritico senza costrutto, la partecipazione popolare si è ridotta alla semplice esibizione di forza elettorale e fra qualche giorno si dissolverà .
Nella distribuzione del voto inoltre, si nota , anche una forte sperequazione classista che ha spaccato in due il paese e che ora rischia di minare il senso unitario di appartenenza ad una sola comunità. Sembra che da un lato ci sia il “popolo” con i suoi bisogni individuali e collettivi raccolti taumaturgicamente dal candidato sindaco in sinTONIa che se ne fa carico sulla sua pelle, dall’altro la borghesia, il mondo delle professioni, il così detto ceto medio che invece si arrocca intorno ad un progetto politico certamente più articolato ma ancora tutto da sviluppare. Quindi una campagna elettorale che ha diviso in profondità il paese e che ha lasciato in mezzo un vallo profondo di odio e diffidenza. Chi ha generato tutto questo, nell’”interesse generale” e per il troppo “amore,.. amore,.. amore” deve immediatamente cercare di sanare questa frattura. Il neo sindaco dunque governi (perché questa è l’essenza del suo programma), mentre a noi che abbiamo perso spetta il compito di riannodare i fili di un tessuto sociale lacerato, di riprendere la strada faticosa della buona politica e di ridare forza e vigore alla democrazia della rappresentanza e della partecipazione.
L’unica buona notizia di questa campagna elettorale e degli effetti prodotti mi sembra sia Rosanna Saracino il suo sorriso forte e determinato è il miglior viatico per TUTTA UN’ALTRA STORIA

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