Home Attualità Incendi boschivi: un territorio che merita, ma noi non meritiamo il territorio

Incendi boschivi: un territorio che merita, ma noi non meritiamo il territorio

da Cosimo Saracino
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(di Stefano Bello) – Cari lettori, torniamo a parlare della natura che circonda il nostro territorio, ma purtroppo questa volta mi preme parlarvi di un problema a dir poco drammatico mostrandovi le immagini di alcuni dei più gravi incendi boschivi avvenuti di recente. Il fresco break estivo di qualche settimana fa è stata una preziosa tregua che ha portato un po’ d’acqua alla vegetazione spontanea, ma con questa nuova ondata di caldo la minaccia di nuovi roghi rischia di ripresentarsi ed il nostro già esiguo patrimonio naturale è in pericolo! Non è passato molto tempo da quando una parte del Bosco dei Lucci è stato colpito dalle fiamme e neanche un mese prima, a 3 km di distanza, è stato dato al fuoco il bosco residuale di Masina (Fig.1,2,3,4), dove prima del 1800 insisteva un esteso bosco di querce da sughero residuale perché a seguito delle deforestazioni dei secoli scorsi sono giunti sino ai giorni nostri solo pochi ettari che si sono conservati lungo i lati del canale omonimo, tuttavia come potrete notare dalla prima immagine vi è ancora un ambiente con bellissimi fiori spontanei e sughere ultracentenarie dalle misure record: ne ho misurate alcune che superano i 5 metri di circonferenza del tronco! Tra l’altro ho rinvenuto anche due ibridi di sughera x roverella ritenuti rari e attualmente oggetto dei miei studi. Però purtroppo è anche luogo oggetto di abbandono di rifiuti e probabilmente l’incendio che lo ha devastato è stato appiccato da qualcuno che ha voluto sbarazzarsi dei cumuli per non lasciare traccia, come è da usanza tra i discaricatori abusivi.

Non passa molto tempo prima di trovarmi per un sopralluogo a Sant’Antonio alla Macchia (Fig5,6), nota meta di passeggiate e pic-nic primaverili per i cittadini di San Pancrazio, Torre S. Susanna e per tanti mesagnesi; la mia aspettativa era di trovare la distesa di gariga mediterranea che va dalla pineta fino a Masseria Caragnuli tutta fiorita con i suoi tipici cuscinetti di Timo, Elicriso, Santoreggia ed altre aromatiche che avevo in programma di far conoscere a gruppi di turisti, e invece mi trovo dinanzi ad uno scenario raccapricciante fatto di rocce spogliate della vegetazione e l’odore acre della fuliggine, alcune rampe dei percorsi MTB danneggiate e lo spettro del villaggio rupestre che sembra privo di forme di vita. Non sembra andare meglio ai poveri uliveti delle nostre campagne (Fig.7), che oltre all’abbandono e all’avanzata dell’epidemia di Xylella vengono arsi da incendi più o meno intenzionali… ci stiamo abituando troppo in fretta a queste immagini.

Le temperature sempre più alte e la desertificazione in atto facilitano l’innesco di incendi anche “accidentali”: basta un mozzicone gettato dal finestrino, un gesto che nel 2022 si potrebbe evitare con tutti gli accessori portatili che si trovano con due spicci in commercio, oppure è più che sufficiente una di  quelle lanternine volanti cinesi, vere e proprie mine vaganti che si continuano ad usare nonostante i rischi e le normative che ne vietano l’uso in estate ma non ne vietano la vendita… eppure gran parte degli incendi sono dolosi: contenziosi tra proprietari di terreni, loschi interessi speculativi, lo zampino della criminalità organizzata, singoli discaricatori abusivi come già detto precedentemente, sono tante le possibili identità dietro l’accendino, ma in generale il profilo psicologico del piromane, chiunque essi siano, è sempre il medesimo: il piacere di vedere bruciare il mondo. Dietro possono anche esserci vecchie usanze come quella di bruciare le stoppie o il duro a morire ed erroneo concetto di “pulizia” che spinge alcuni a dare fuoco ai canali o alla vegetazione spontanea perchè a detta loro “si formano gli animali”, senza accettare il fatto che in area rurale e soprattutto in quelle naturali gli animali sono parte integrante dell’ambiente senza i quali la natura si destabilizza e con essa le attività produttive.

Chi sono i colpevoli? Tutti, tutti sono responsabili di questo disastro, da chi in italia non rilancia il settore agricolo e forestale, a chi non effettua le dovute manutenzioni, sia enti pubblici che privati. Però non facciamo l’errore di cadere nella trappola del dito da puntare facilmente contro chi ha la responsabilità giuridica dei terreni, che anche il bosco che gode della migliore manutenzione può cadere vittima di un incendio doloso, infatti le fasce tagliafuoco perimetrali e la cura dei sentieri previste dai presidi antincendio possono salvare il bosco da un incendio scoppiato in terreni adiacenti ma nulla possono contro un piromane, che può tranquillamente oltrepassare le fasce tagliafuoco come sicuramente è accaduto ad uno degli incendi menzionati. Allora, cosa si può fare? Sicuramente non si può agire come alcuni dicono, eliminando in toto il sottobosco, pratica assolutamente dannosa per la salute del bosco e degli organismi che ci vivono snaturando un ambiente selvatico che diventa un fragile ed artificiale arboreto, ma lavoriamo sulla cultura, che si intensifichino i controlli, che si investi nella selvicoltura conservativa, e si rafforzino i corpi di intervento come i VVF che sono sempre allo stremo.

Vantiamo un territorio per il turismo ma si investe tutto sulla costa perchè abbiamo “il mare più bello del mondo”, poi lamentiamo che il turista estero, dopo la prima settimana del suo mese di ferie se ne va via perchè giustamente scocciato di arrostirsi a mò di gamberone sotto il sole quando salvando anche l’entroterra con i suoi beni paesaggistici lo si potrebbe invitare a restare ancora un pò per conoscere le nostre terre.. Non è stato bello sentirmi dire da un olandese che oltre il mare abbiamo dei bei luoghi sommersi da rifiuti e paesaggi carbonizzati. Il mio appello è anche nelle vesti di cittadino legato alla sua terra natia, ma spesso penso a cosa racconterò ai bambini quando farò partire dei progetti educativi aperti anche alle scuole… arriverò a parlare delle grandi querce come a delle creature mitologiche intrappolate nei libri delle fiabe? O potrò ancora far toccare con mano la corteccia vetusta delle sughere? E cosa farò nelle escursioni, parlerò dei boschi come luoghi definitivamente estinti, oppure sarò anch’io costretto ad emigrare come alcuni miei colleghi verso altre regioni alle quali non mi sento di appartenere e dove non saprei come valorizzarne la natura? Abbiamo un territorio che merita, ma noi forse non meritiamo questo territorio.

Stefano Bello- Guida Ambientale Escursionistica, Educatore Ambientale
autore di “Messapia Selvatica, scrigni di storia e biodiversità

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