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In memoria del mesagnese Antonio Scalera, caduto in guerra ma non riconosciuto

da Cosimo Saracino
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(di Antonio Scalera, nipote) – Il 25 Aprile si rinnova e si festeggia la vittoria di tutto il popolo Italiano contro il regime nazifascista e grazie al martirio ed al sacrificio di tantissimi Partigiani, oggi possiamo scendere in piazza e manifestare la conquista della libertà e della democrazia. Ma nel mio caso è anche il triste ricordo di mio zio Antonio, che non ho mai conosciuto, strappato alla famiglia nello splendore della sua giovinezza.

Lo devo al dolore ed allo sgomento di mia nonna Giovanna poiché allo scoppio della 2^ Guerra Mondiale la Patria (il regime) le ha requisito 3 figli maschi, su undici.

Antonio classe 1914, Orlando classe 1916 e Luigi classe 1920. Dei tre, il più grande era un marinaio fuochista imbarcato su una nave mercantile, il Piroscafo Monrosa, che, allo scoppio della guerra, fu requisita e militarizzata dalla Regia Marina.
In pratica mio zio nel 1937 dopo aver assolto agli obblighi di leva in marina si imbarcò come fuochista su una nave mercantile, perché non voleva fare il contadino come il resto della famiglia. E proprio lui non fece ritorno a casa.

Morì il 25 ottobre 1941, a seguito del siluramento della nave, causato da un sommergibile inglese, nelle acque del mar Egeo, in prossimità dell’isola di Phleva.
Dal giorno in cui i carabinieri si recarono a casa per consegnare il drammatico fonogramma, mia nonna mantenne il lutto del figlio morto in guerra fino all’ultimo giorno della sua esistenza, nel 1974.

Durante la guerra quando un militare moriva “sul campo” correva l’obbligo, nel caso avesse altri familiari in guerra, usufruire di una licenza per stare vicino ai familiari in lutto. Questa opportunità fu concessa a mio zio Orlando, in forza presso la base navale di Taranto, ma non a Luigi, mio padre, che trovandosi in zona “calda” a Castelvetrano (TP), in qualità di aviere/autista, non gli fu consentito di usufruire della licenza, per carenza di autisti.

Immaginate lo sgomento, lo sconforto, sapere di un fratello morto in guerra e non poter piangere insieme alla propria madre, insieme alla propria famiglia e senza la spoglie mortali del proprio congiunto è stato davvero un dramma immenso. Intanto, la vita continuava e la guerra pure!

Nel 1943, durante un bombardamento degli alleati sulla Sicilia occidentale, la Jeep guidata da mio padre fu centrata da una bomba. Saltarono in aria, l’ufficiale trasportato morì sul colpo, mentre mio padre, con tantissime ferite e lacerazioni, rimase senza sensi. Si svegliò su un letto dell’ospedale militare “Celio” in quel di Roma, trasportato in aereo. A causa delle tante ferite lo davano per spacciato. Fortunatamente ce la fece, dopo una lunghissima degenza e riabilitazione, dopo circa un anno, nel 1944 fu congedato. Mio zio Orlando alla fine della guerra fece ritorno a casa.

Intanto mia nonna era chiusa nel suo lutto al quale si aggiunse l’ennesimo dolore, quando scoprì che sul monumento ai Caduti della nostra città, non era stato riportato il nome del proprio figlio Antonio, cosa che non è riportata su nessun monumento ai caduti in tutta Italia. Non si diede pace, tant’è che mio padre, dopo molti anni, portò la madre prima al Sacrario d’Oltremare di Bari, poi al Sacrario di Redipuglia, ma tornarono entrambi delusi e amareggiati.

Spinto da una causa affettiva alla pari di quella patriottica, dopo varie ricerche, ho scoperto, mio malgrado, che mio zio non risulta “ufficialmente” fra i caduti in guerra in quanto era imbarcato su una nave militarizzata, pur svolgendo ruolo di supporto alle navi militari e per questo ha pagato con la propria vita. Nell’età dell’entusiasmo fu precettato dalla Patria, per la quale fu un umile Eroe e con generosità immolò la propria giovinezza.

Faccio appello verso le istituzioni ai vari livelli affinché il riconoscimento di “caduto in guerra per la Patria” sia esteso anche ai tantissimi civili “militarizzati”, in quanto le navi civili in tempo di guerra furono requisite con tutti gli equipaggi al servizio della Regia Marina pertanto, di fatto, al servizio della Patria. Auspico che mio zio Antonio possa un giorno trovare la giusta e meritata collocazione sul monumento ai caduti della nostra città. Antonio Scalera

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