Educare in comunità ai tempi del corona virus

È questo un periodo nefasto e, allo stesso tempo, inaspettato per tutti noi. Da Nord a Sud, da Est a Ovest della terra, sfido chiunque a sostenere fosse preparato ad affrontare un simile incubo.
Vivere isolati, incerti e timorosi, sta provocando in molti di noi non solo un allontanamento fisico nei confronti degli altri ma, contemporaneamente, sta portando ad una chiusura psicologica in noi stessi. Alienazione, la definirebbe probabilmente Marx. Mentre in tempi non sospetti Aristotele ci parlava dell’uomo come di un “animale sociale”, incapace e inadatto a vivere da solo e, per questo, costretto dalla natura a vivere con i suoi simili. È quindi questa la situazione in questo determinato momento storico. Ognuno di noi, cercando di rispettare le regole che ci vengono imposte dagli organi istituzionali preposti, sta cercando di mantenersi a galla e non affondare in questo mare di disperazione. Restare aggrappati al resto della società è diventata la nostra mission, parallelamente al cercare di rimanere vivi. Quindi: social, chiamate in videoconferenza, passeggiatine col cane,  affacciarsi al balcone e dialogare col vicino (finora sconosciuto). Tutto questo però, è valido solo per le cosiddette persone “normali” o, per usare un termine politically correct, per i normodotati. Il discorso diventa leggermente più complicato quando si parla di persone con deficit cognitivi e psichici importanti: in questi altri casi, cambia tutto. E questo non perché non capiscano il significato della parola virus o della morte, bensì perché per loro, eterni bambini proprio come noi operatori che con loro passiamo gran parte del nostro tempo, il significato del termine morte è del tutto relativo. Si muore e si rinasce, ci siamo abituati. La resilienza sta nel nostro dna. Per cui,  spiegargli che non possiamo più abbracciarci, che non possono scambiarsi una stretta di mano, che noi operatori portiamo le mascherine per tutelarli e, soprattutto, che devono obbligatoriamente rinunciare alla loro passeggiata quotidiana, diventa davvero cosa molto complicata. Allora bisogna portarsi alla loro età, tornare bambini e  commentare, ad esempio, le notizie della tv a mo’ di fiaba. Oppure, fargli costruire le mascherine protettive con la carta da forno, per riportarli alla realtà. Oppure disegnare lo striscione “andrà tutto bene”, da appendere sul balcone, per fargli passare il concetto che questo problema riguarda tutta la società e che tutti gli uomini si trovano costretti a non poter uscire dalle proprie case per limitare la diffusione della malattia. Cose più facili a dirsi che a farsi ovviamente, ma il nostro lavoro consiste proprio in questo, perciò è nostro dovere rendere per queste persone questo momento un po’ più leggero di quello che in realtà è. Tutto questo per poi sentirsi dire: “ma come, ieri abbiamo fatto lo striscione e il virus non è ancora morto?” che poi è quello che ci ripaga per tutto il nostro impegno e per la nostra dedizione. Alla fin fine, avere la fortuna di lavorare con loro, rende un po’ speciali anche noi.
Ludovico Ruggiero,
educatore professionale presso Casa per la Vita Giovanni Paolo II, Latiano.

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