20 maggio 1970: approvato lo Statuto dei Lavoratori – di Cosimo Zullo

La prima proposta di uno Statuto dei lavoratori fu formulata da Giuseppe Di Vittorio nel 1952 a Napoli, in occasione del Congresso Nazionale della CGIL

Con il clima della guerra fredda il suo appello cadde nel vuoto.

Agli inizi degli anni ’60, con la ripresa dei rapporti unitari del Sindacato, l’avvio della politica del primo centro-sinistra e la forte spinta unitaria dei lavoratori si aprì la strada all’idea di una legge che garantisse l’esercizio dei fondamentali diritti civili e politici nei luoghi di lavoro.

Con l’insediamento a Brindisi della Montecatini, agli inizi degli anni ’60 nacquero una miriade di aziende dell’indotto industriale ed iniziò anche l’organizzazione capillare del sindacato nelle fabbriche.

A metà degli anni ’60 esplose il tema delle gabbie salariali, cioè la differenziazione salariale tra i lavoratori del sud e il resto del Paese.

Anche a Brindisi, si sviluppò una forte iniziativa sindacale con presidi scioperi e cortei in tutta la zona industriale per contrastare questo tentativo.

Il movimento unitario del sindacato divenne ancora più forte negli anni ‘68/’69 (gli anni “dell’autunno caldo”) nel richiedere nuovi diritti dei lavoratori nelle fabbriche.

 

Già nel 1966, si aprì uno spiraglio con l’introduzione del principio della giusta causa, che sanciva il diritto al reintegro del lavoratore licenziato senza un valido motivo.

Sarà il ministro Giacomo Brodolini, socialista ed ex vicesegretario nazionale della CGIL, nel 1968 ad avviare una discussione proficua sulle tematiche giuslavoristiche. Insediò una commissione per definire una legge quadro e chiamò a presiederla il giurista Gino Giugni.

Brodolini voleva accelerare i tempi perché era molto malato, ma non fece in tempo a vedere il varo della legge perché morì a Zurigo l’11 luglio 1969.

Sarà poi il nuovo ministro Donat Cattin a portare a termine l’approvazione della legge (n. 300/1970), il 20 maggio 1970. Il PCI si astenne poiché su alcuni punti non vedeva molta chiarezza.

La nuova legge aprì spiragli importanti di iniziativa nelle fabbriche, con i nuovi Consigli, con una vasta partecipazione unitaria dei lavoratori alle scelte del Sindacato.

Nacquero ovunque commissioni di fabbrica sui temi della salute e le condizioni di lavoro.  Anche nella nostra provincia, nella Montedison di Brindisi vi furono importanti iniziative sui temi della salute e dell’inquinamento.

Nel corso di un trentennio, fra luci ed ombre, la legge ha retto.

Nel 2000 iniziò uno “strano” dibattito sullo Statuto, con forti critiche sia da parte di chi lo riteneva oramai un retaggio del Novecento sia da parte di coloro che intravedevano nello Statuto un fardello da liberarsi al più presto perché ostacolava lo sviluppo dell’impresa.

Iniziarono quindi i primi tentativi, per andare al cuore dello scontro, che si traducevano nella volontà di abolire l’articolo 18, che stabiliva l’obbligo del reintegro del lavoratore licenziato senza giustificato motivo nelle aziende con oltre 15 dipendenti.

Fu il Governo Berlusconi che nell’ottobre 2001 lanciò la sfida al Sindacato.

Il 23 marzo 2002 la Cgil rispose portando a Roma al Circo Massimo oltre 3 milioni di lavoratori, per bloccare quel tentativo di riforma.

Dopo un po’ di anni, a completare l’operazione fu il Governo Renzi che nel 2014 approvando il Job act, consentì i licenziamenti senza giusta causa per tutti i nuovi assunti, prevedendo come unico ristoro per il lavoratore un indennizzo economico (e non l’obbligo di reintegro).

La CGIL non si rassegnò e nel 2017 ha presentato ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali, ed ha avuto riscontro positivo all’istanza nel febbraio del 2020. Il Job act viola la Carta sociale europea dei diritti dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo.

In 50 anni certamente è cambiato tutto: dall’organizzazione del lavoro, alle strutture produttive e nello stesso tempo il lavoro è stato frantumato e parcellizzato.

È diffusa la precarietà, i lavori a tempo, i riders, il lavoro a chiamata e adesso nella fase epidemica, anche lo smart working.

Insomma, il lavoro ha bisogno nell’insieme di nuove tutele.

È ancora valida oggi la spinta del sindacato nel lanciare il progetto di legge di iniziativa popolare per una Carta dei diritti universali del lavoro. Disegno di legge già depositato e che sarebbe ora che il Parlamento prendesse in concreta considerazione.

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